Hrvoje Jurić, da un amore per la bici nato per caso al giro del mondo in e-bike: il Giant World Tour

“Ogni viaggio e ogni chilometro di strada sconosciuta ti cambieranno”

A dirlo è un trentaquattrenne di Vrbica, un piccolissimo paese nel nord-est della Croazia. Hrvoje Jurić a metà del 2019, dopo tre anni di preparativi, è partito per un viaggio con la sua bicicletta elettrica: da Zagabria a Vladivostok, poi attraverso tutta l’Australia, il Nord America – da Anchorage nell’Alaska a Halifax in Nuova Scozia – per poi tornare in Europa e pedalare da Lisbona a Zagabria. Ha percorso un totale di 29.061 chilometri, in 133 giorni, 6 ore e 3 minuti. Con questo giretto, chiamato ufficialmente “Giant World Tour“, è entrato nel Guinness dei primati per essere stato il primo ad aver fatto il giro del mondo con una bicicletta elettrica. Ma questa è solo parte della storia, perché a colpire è anche tutto quello che c’è stato prima e dopo questa cavalcata da record.

 

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“Era il 2011. Avevo bisogno di una pausa e di un nuovo inizio”

Oggi Hrvoje è un escursionista, appassionato di fotografia, scrive dei suoi viaggi ed è molto seguito sui social. Ma all’inizio, abbandonati gli studi di economia, Hrvoje non era per niente soddisfatto della brutta piega che stava prendendo la sua vita. Per un periodo fece contemporaneamente tre lavori: giornalista, operaio e scaffalista nei negozi. Era stanco e per niente felice.

“Era il 2011. Avevo bisogno di una pausa e di un nuovo inizio.” I primi di agosto di quell’anno prese la bicicletta del fratello, un catorcio vecchio di 30 anni, e con pochi soldi e poca esperienza pedalò da Vrbica a Pola e ritorno. A quei tempi, Hrvoje del ciclismo non sapeva proprio niente e fino a quel momento non aveva mai pensato alla bicicletta. Quella prima esperienza on the road, però, gli aveva fatto intravedere uno spiraglio per cambiare, per ampliare i propri orizzonti e lasciarsi dietro tanti problemi. “Uscire dalla zona di confort ed entrare nell’ignoto non era niente male”. Quello è stato il primo dei suoi viaggi che l’avrebbero portato in giro per l’Europa e per il mondo.

Cominciano i suoi grandi giri per l’Europa

Nel 2012 pedalò attraverso 11 Paesi d’Europa per 104 giorni e al suo ritorno scrisse e auto-pubblicò il suo primo diario di viaggio. Si guadagnò così lo sponsor Giant, che ancora oggi lo supporta e segue nelle sue spedizioni. Incoraggiato più che mai, con una Giant Expedition AT1, l’anno successivo partì da Vrbice, attraversò le Alpi e puntò dritto per NordKapp, all’estremo più settentrionale della Norvegia e dell’Europa continentale: 4500 chilometri in meno di 80 giorni. Le Alpi le mise nel mirino nel 2014. Tutte le Alpi, dalla Slovenia alla Francia: in 52 giorni scalò 23 passi, di cui 16 oltre i 2000 metri. Al ritorno finì pure in ospedale in stato ipoglicemico e dimagrito di 12 chili. Poi sono venute altre spedizioni, nella neve della Norvegia a -20 gradi, giri della Croazia in compagnia di altri cicloamatori e, nel 2017, un appassionante viaggio umanitario da Londra a Istanbul chiamato “Together we can”, con il quale è stata promossa una campagna di crowdfunding per comprare beni di prima necessità per famiglie bisognose. Anni di preparazione durante i quali Hrvoje ha pensato sempre più in grande, fino a ideare il giro del mondo in e-bike.

Tre anni di preparativi per il progetto “Giant World Tour”

“Era diventata un’ossessione. Mi allenavo sei ore al giorno, anche facendo nuoto e mezze maratone. Avevo perso improvvisamente i miei genitori e volevo vincere per loro questa grande sfida”. Giugno 2019. Per l’occasione, Giant Bicycles gli ha messo a disposizione una bici elettrica personalizzata Revolt E+ e un gruppo di persone speciali l’ha aiutato nella lunga definizione del viaggio. Poi finalmente, è partito. Ha attraversato gli otto fusi orari della Russia, ha pedalato nella neve in Australia, e in Canada ha avvistato orsi e bisonti. Racconta che la maggiore difficoltà che ha affrontato è stato pedalare tra i grandi automezzi che sfrecciavano lungo l’unica strada asfaltata di 10.000 chilometri che unisce St. Pietroburgo a Mosca. Poi il fuso orario, che gli toglieva un’ora di sonno ogni due o tre giorni.

 

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A seguirlo c’era una macchina d’appoggio per ogni evenienza e la sua cagnolona, Ena, che in altre occasioni è anche abituata a viaggiare felice trainata dalla bici nell’apposito trasportino. “Ena ormai è la mia famiglia, noi due siamo una squadra e non so più fare progetti che non la coinvolgano insieme a me.”

 

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Il racconto del viaggio nel suo libro fotografico “Na rubu”

Al ritorno da questa avventura Hrvoje è andato a tirare un po’ il fiato a Dane, nel Nord dell’Istria, ospite nel cottage di un amico. È un posto che ormai fa parte della sua vita, in cui torna spesso, dove ha vissuto i momenti più difficili, ma dove ha anche saputo riprendere in mano la sua esistenza. Lì ha scritto la storia del suo viaggio, “Na rubu”, traducibile letteralmente con “Al limite”. Se il titolo da una parte evoca l’andare a tutta, dall’altra Hrvoje spiega che per lui indica anche quella metaforica passeggiata che fece sul ciglio del burrone – quella ricerca di sé stesso e quel ritrovarsi – avvenuta proprio lì a Dane. In questo libro fotografico, con testo e circa 160 fotografie, Hrvoje racconta l’intera preparazione del Giant World Tour, l’organizzazione del viaggio, le centinaia di chilometri percorsi ogni giorno, quanto ha contato la sua forma fisica e mentale e anche cosa è successo quando il viaggio è finito. Il libro contiene inoltre le mappe con il percorso e informazioni sulle tappe.

 

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Visto che poi ha rimandato diverse volte l’uscita del libro causa COVID-19, c’è stato il tempo per aggiungere un’appendice che riguarda il suo ultimo progetto appena terminato: “Via Adriatica Bike“. La scorsa estate Hrvoje ha percorso, tracciato e documentato per tutti gli appassionati l’itinerario ciclabile più lungo della Croazia, 1300 chilometri con più di 20.000 metri di dislivello che si estende lungo la costa adriatica, da Prevlaka – al confine col Montenegro – a Kamenjak – a sud di Pola.

E a questo punto il fotolibro racconta anche una storia d’amore che Hrvoje chiama “il puntino sulla i” di tutte queste ultime avventure. Durante la sua esplorazione lungo l’Adriatico, arrivato con Ena al porto di Plomin, un grosso border collie è corso verso di loro e ha immediatamente cominciato a giocare con Ena che sembrava impazzita. Falliti tutti i tentativi di allontanarlo e  assicuratosi che il padrone non poteva prendersi cura di lui, l’unica cosa possibile era adottarlo.

 

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E fu così che Max è tornato a casa con loro. I due cani seguono ovunque il padrone famoso, anche nelle ospitate in tv, e sono diventati delle vere e proprie star e influencer sui social. Poi, in questo nuovo anno, Max dovrà vedersela con i primi test di viaggio, fino a verificare come se la cava sulle lunghe distanze.

Intanto, in questi giorni Hrvoje li ha eccezionalmente caricati in macchina insieme a pile di libri. Sta infatti girando in lungo e in largo la Croazia per consegnare di persona la sua opera ai suoi tanti follower e lettori ormai affezionati. Solo per chi vive proprio fuori mano, la spedizione è garantita via posta.

Laura Carletti

 

Per approfondire:

Giant World Tour

Giant Bicycles US

Twitter @konjos

Instagram @hrvoje_juric

Facebook Hrvoje Jurić ; @GiantWorldTour

 

Dicono Dendermonde, capisci Montalcino

Seguire solo il ciclismo su strada e non essere avvezzi al ciclocross, di questi tempi non è buona cosa. Infatti, quando poi vedi van Aert e Van der Poel che si danno battaglia nel fango di Dendermonde per la terza prova di coppa del mondo, succede una cosa inevitabile: scatta il paragone con Montalcino. Non con una “Strade bianche” qualsiasi, ma con la Carrara-Montalcino, Giro 2010. Questo perché non hai il metro per raffrontare la gara belga di ieri con altre gare della disciplina CX e poi perché, da ormai un decennio, Montalcino è stabile nei ricordi più fangosi e di scarpe da buttare.

Così, archiviato il Belgio, presa dalla nostalgia, prima ho rivisto il finale di tappa, poi ho ripercorso quella mia giornata, rispolverando un pezzetto d’amarcord che ripropongo. Si parla di quartiertappa, quindi si parla di Antonio Maiocchi, a cui va il mio ricordo e la mia piccola dedica.


Giro 2010, 7a tappa, Carrara-Montalcino. Ultimi 15km. RaiSport.

Montalcino: tutto il fango della vita 

Toscana. Notte. Pioggia. Campagna. Più che un albergo, un angolo di borgo medievale. Persone avvistate nei paraggi, zero. I passi verso l’ingresso e la reception sono: appesantiti dai bagagli, titubanti e conditi dal forte desiderio di essere accolti da gente vestita normale e non da qualcuno che ci dica che siamo sbarcati a Frittole. No, Lucignano in Val d’Arbia, 14 maggio 2010.

Nell’aria c’è già  l’idea di alzarsi presto domattina e fare una breve ma intensa perlustrazione storico-artistica del luogo. Salvo estemporaneo invito ad alzarsi ancora un po’ più presto per portarsi a casa la soddisfazione di veder montare da zero il quartiertappa. E non un quartiertappa qualunque. Quello di Montalcino. L’aggiunta di un “Guarda che domani è bello” è quasi superflua. Il posto in macchina era già prenotato. All’alba si capisce che “bello” non era riferito al tempo ma, più verosimilmente, agli uffici del Comune che ci ospitano. Ci si arriva, specchietto più, specchietto meno, percorrendo vicoli stretti. Si stagliano sulla piazza con muro di pietre a vista e, in altri giorni dell’anno, dominano un panorama mozzafiato. Invece è successo che oggi la nebbia è calata sui colli senesi e piove una pioggia novembrina ininterrotta. Della perfetta scenografia prescelta per una primaverile giornata di maggio rimangono cortili, cortiletti, chiostri e porticati impantanati. Dentro si sente qualcosina in più di uno spiffero, ma non è niente. Non siamo in bici. Non dobbiamo fare 222 Km, con 20 Km di sterrato nel finale. Noi. Noi siamo qui per allestire, o vedere allestire, tutto l’ambaradam del quartiertappa. Ed è andata più o meno così. Planimetria alla mano, s’è deciso il flusso: si entra da lì, arrivano qui, proseguono là, poi li facciamo girare lì e escono da là. Spuntano frecce e cartelli: logistica, accrediti, amministrazione e, superati ad Amsterdam i dubbi su come si scrive, toilette. Si personalizza il tutto con i teli del Giro, srotolati su tavoli e angoli troppo anonimi. Si accoglie e si abbellisce con pannelli roll-up. Fatto. Arrivano tutti quelli che devono arrivare, più i cantuccini. Si stampano pass. Intorno, dicono tutti le stesse cose: “che tempo” e “tappa epica”.

Evans così sporco non c’aveva vinto nemmeno nel cross country. Patimento stampato sulla faccia di tutti e mani che cercano le transenne dopo l’arrivo. Forse il fango se lo laveranno via completamente solo fra qualche giorno. Come solo dopo certe Roubaix. Dal traguardo ti rendi conto così di quello che hanno combinato oggi le strade bianche dell’Eroica. E poi, prima di ripartire, ti rendi conto anche di quello che riesce a combinare nel suo piccolo il bordo strada di Montalcino se ci affondi dentro con tutte le scarpe.

Laura Carletti

E se Nibali e Pozzovivo…

Il Giro entra nell’ultima settimana: i due italiani potrebbero giocarsi una carta a sorpresa

Foto Fabio Ferrari/LaPresse

Non è certo il Nibali che ci auguravamo di vedere sulle strade di questo Giro d’Italia. Partito dalla sua Sicilia come uno dei favoriti, Vincenzo si ritrova settimo della generale con un distacco di 3’29’’ dalla maglia rosa Almeida.
Dietro al siciliano, ottavo a 3’50’’, c’è Domenico Pozzovivo  (NTT Pro Cycling) che sta facendo miracoli, rattoppato com’è. Per lui è finora un ritorno da protagonista in questo Giro d’Italia.

Adesso c’è da affrontare la fatidica terza settimana, che dura è dire poco. Nibali, con i ritiri di Ciccone e Brambilla, ha pure perso  i pezzi più importanti della sua Trek-Segafredo. I due italiani però  si ritrovano con l’obiettivo comune di scalare posizioni in classifica. Gambe permettendo, di spazio ce ne sarebbe a sufficienza. E diciamo pure che in un Giro con pochi protagonisti di primissimo livello è vietato non tentarle tutte per raddrizzare la situazione. Ad esempio, anche unire le forze residue contro la giovane concorrenza.

Quindi, ad un certo punto, lungo la strada, una strizzata d’occhio tra i due la possiamo sognare?

Laura Carletti

“Cadrò, sognando di volare”, un libro su Pantani e su ciascuno di noi

Busà Photography/ Getty images

Cos’è oggi la vostra vita? Vi sentite realizzati? O, come me,  siete finiti in un cul-de-sac?

Ve lo dico. “Cadrò, sognando di volare” di Fabio Genovesi, è un libro scomodo per chi vuole ancora nascondere sotto la cenere la parte più intima di sé. Per chi non vuole scavarsi dentro e andare al nocciolo della propria esistenza. Ma è meglio volgerlo al positivo. “Cadrò, sognando di volare” di Fabio Genovesi è il libro ideale per riprendere in mano la propria vita, per chi sente che è arrivato il momento di disegnarsi un orizzonte nuovo, o di rivolgere lo sguardo a quell’orizzonte che aveva abbandonato senza lottare abbastanza. Disseminate nel testo ci sono le dritte per farlo concretamente, frasi che ti trafiggono e poi ti fanno rialzare più forte, forse invulnerabile.

E che c’entra lo sport? Che c’entra Pantani, quella bandiera del Pirata in copertina? L’hanno detto già altri che questo romanzo è tante cose. La storia del protagonista, Fabio un ventiquattrenne studente annoiato di giurisprudenza, che si intreccia con quella di Marco nell’estate magica del 1998. L’ha detto oggi Genovesi in cronaca durante la tappa del Giro d’Italia che è partita e arrivata a Cesenatico:

Marco, quando scattava, lo faceva per lui e per te. Era qualcosa di personale. Questo ce lo faceva amare… E’ stato una fonte di ispirazione anche per chi non l’ha mai conosciuto”.

Il coraggio, le promesse da mantenere, la forza di spostare i limiti del possibile: questo è raccontato della vita di Marco. E questo ha dato a Fabio lo slancio di fare una scelta che ai più sembra una pazzia ma che è l’unica a renderlo libero e in pace con sé stesso. Il travaglio interiore di Fabio viene da lontano e anche dalla chiarissima constatazione che la vita è piena di troppe cose belle per sceglierne solo una.

Non mi chiami Avvocato” ripete sempre con disagio a Don Basagni, un prete burbero, direttore del convento presso il quale Fabio sta svolgendo il servizio civile. Una figura difficile e un rapporto tra i due altrettanto complicato, che si risolve però in una profonda complicità grazie alla comune passione per le azioni di Pantani al Giro d’Italia. E trovarsi all’improvviso insieme ad essere felici per la felicità altrui. La felicità di Marco in maglia rosa a Milano.

Seguire la passione che ci fa schizzare fuori dal letto la mattina. Che sia andare a scalare una montagna in biciletta o qualsiasi altra cosa. Inseguire quel sogno finché si può. E anche dopo. Tentare e tentare fin oltre l’ultima occasione. E dopo questo consiglio fraterno, sapete cos’altro si scopre nel libro? C’è la risposta a un interrogativo che i poeti hanno lanciato ma che nessuno ha mai risolto. Dove vanno a finire i sogni quando non si avverano? Non ve lo dico. Andatevelo a leggere.

Tutto in prima persona perché in gran parte autobiografico. Con una rara delicatezza, si crea un perfetto  gioco di equilibrio tra poesia e ironia. Leggi un bel po’ con gli occhi appannati per la commozione, perché quei ricordi di fine anni ’90 hanno segnato anche la tua storia, e quei tormenti d’animo sono ancora i tuoi tormenti di oggi. Ma sai che poi ti aspetta subito un sorriso e qualche altra arma importante per salvarti.
Genovesi si è superato.

Laura Carletti

Alaphilippe e quella voce che non viene dalla radiolina

Alaphilippe
Julian Alaphilippe – campione del mondo #Imola2020

Se avete detto che siete contenti per la vittoria a Imola di Alaphilippe e qualcuno vi ha risposto “Ma è francese!”, forse quel qualcuno non segue tanto il ciclismo. Perché oggi la nazionale italiana non partiva da favorita e, al tempo stesso, erano presenti fuoriclasse sui quali non ti chiedi “se” vinceranno un mondiale, ma quando” lo vinceranno – come van Aert, Hirschi, Pogačar, Alaphilippe appunto – o se lo potranno vincere “di nuovo” – come Kiatkowski o Valverde. Tutti reduci dal Tour de France.

Questo mondiale che non ha cambiato data si ritrova stretto tra la fine della corsa a tappe francese e l’inizio del Giro d’Italia. E la sua storia comincia sulle strade del Tour. Alaphilippe aveva fatto in tempo a vincere la seconda tappa, indossare la maglia gialla e piangere dedicando la vittoria al papà recentemente scomparso. Poi, dopo appena cinque giorni di corsa in terra francese, si parla di mondiale: a seguito della rinuncia della Svizzera, arriva l’ok dell’UCI alla candidatura di Imola. E, scoperto questo percorso che gli si addiceva così tanto, Alaphilippe stacca. Con la testa stacca dal Tour che già gli ha dato tanto e pensa al mondiale. A differenza sua, in Francia Pogačar spende fino all’ultima energia nello scontro con Roglič, e van Aert si consuma a supporto dello sloveno della Jumbo Visma.

Poi, certo, al via del mondiale ci sono anche quelli che stanno preparando il Giro d’Italia. Che sono un po’ un’incognita e, comunque, non sono quelli del “quando”, né del “di nuovo” ma viaggiano verso lo “stavolta o mai più”: Nibali e Fuglsang, anni 35. D’esperienza. E, per carità, ce ne vuole su questo percorso, 9 giri per un totale di 258 chilometri con quasi 5000 metri di dislivello totale.

Ognuno a fare il tifo per i propri, com’è giusto. Ma voi immaginate i francesi che non salgono sul gradino più alto del podio da 23 anni e che adesso sono impazziti per Alaphilippe, quello che hanno battezzato Lou Lou. Ancora più impazziti di quanto non lo siano stati per Voeckler, quello che avevano battezzato T-Blanc e che poi adesso è il ct della loro nazionale. E pensate ad Alaphilippe, quel fuoriclasse che ha già vinto tanto e che ha pianto in Francia il 30 agosto con la maglia gialla ricordando il padre.

E allora di sfidanti possono essercene tanti, usciti dal Tour o in forma crescente per il Giro, giovani promesse o coraggiosi vecchietti. Ma sembra tutto chiaro.

Si corre senza radioline. Julian non sa quanti secondi ha messo tra se e il gruppetto di inseguitori con quasi tutti i migliori. Cerca di chiederlo ai motociclisti, si volta sperando di non vederli sbucare dietro alla curva. Senza radioline per regolamento. Non sente la voce di Voeckler che in ammiraglia o dal paddock starà sicuramente gridando “Alè-Alè-Alè”. Ma Julian sente la voce del padre. Che quante parole avrà speso per lui e per le sue vittorie, quante volte gli avrà detto euforico che un giorno sarebbe diventato campione del mondo? E allora adesso non servono né il cronometro né gli urlacci di Voeckler. Serve solo andare. Perché La voce dei morti è la più forte, e fa succedere quel che i vivi non possono”, scrive Fabio Genovesi nel suo ultimo libro, “Cadrò, sognando di volare”. Un libro dedicato a Pantani, che tutti gli amanti del ciclismo dovrebbero leggere, che fa riflettere sui successi di noi mortali, quei successi forgiati giorno dopo giorno inseguendo sogni e promesse fatte a chi abbiamo voluto bene e che si sostengono solo nel ricordo delle loro voci invadenti.

Poi forse qualche simpatico dissacratore dirà che Julian, spedito verso l’autodromo, avrà più che altro sentito la voce della sua fresca fidanzata Marion Rousse, ex ciclista, ex moglie di Tony Gallopin e attuale anchorwoman della tv francese. Può darsi. Comunque roba forte.

Ecco, Alaphilippe è francese. È un fuoriclasse francese che prima o poi il mondiale l’avrebbe vinto. Che almeno il primo sarebbe stato quello di quest’anno, adesso sembra quasi ovvio. Siatene contenti.

Laura Carletti

Filippo Ganna è il primo campione del mondo italiano a cronometro

Il percorso della cronometro mondiale di Imola

L’arrivo è sulla griglia di partenza, ma contromano. I corridori imboccano la Tosa verso le due varianti per poi infilarsi nel rettilineo e prendere la bandiera a scacchi. La crono mondiale, l’abbiamo visto già con le ragazze, non è una passeggiata. 31,7 km che iniziano e finiscono nell’autodromo di Imola, un avanti e indietro veloce con rischio vento e oggi, per un po’,  anche rischio pioggia. Pare che il tempo si faccia nella prima parte, all’andata verso Casalfiumanese con la strada che sale tutta leggermente per 15 km e poi  il tempo lo fermi lì, a Borgo Tossignano, per l’intermedio. Nella discesa e negli strappetti verso l’autodromo però sarà importante sapersi gestire, evitare ogni tipo di problema, folata, sbandata, evitare di cadere giù come ieri la Dygert, che si è catapultata di sotto, oltre il guard rail quando era in testa e lanciata verso il suo bis iridato. E soprattutto, per tutti i 31,7 km, evitare di distrarsi per il paesaggio, le colline dalle diverse tonalità di verdi, verdi intensi, verdi giallastri, le stradine che serpeggiano i loro fianchi morbidi decorate da file di cipressi. Tutto questo lasciamolo alla regia internazionale franco-svizzera che riempirà gli occhi dei telespettatori sparsi per il mondo. Però, ad un certo punto e fino quasi a metà gara, i tifosi italiani si trasformano tutti in Fiorenza, la ragazza hippie di Un sacco bello, compreso l’ex campione del mondo Ballan che in cronaca ha espresso con parole gentili il concetto: “Sì, però pure la campagna, dopo un po’, du’ palle”.

Gli occhi sulla corsa dei due italiani

Affini, vogliamo vedere Edoardo Affini. È primo all’intermedio, dimenticato da moto ed elicotteri impegnati in campi lunghi e lunghissimi. Finalmente inquadrato dalle telecamere sul traguardo. Primo con 37’25’’. E ci rimarrà un po’ lì a friggere sulla hot seat. Una mezzora, finché non arriva Geraint Thomas. Finirà quattordicesimo.

La nostra seconda pedina, che poi sarebbe la prima, per la corsa contro il tempo è Filippo Ganna, un favorito. È appena partito. Ha vinto già quattro volte l’oro, ma su pista. L’Italia non ha mai piazzato il colpo grosso su strada e quest’anno, in questo mondiale arrivato in casa poco più di 20 giorni fa, caricato all’improvviso sulle spalle di un’organizzazione impeccabile, chissà che non sia la volta buona. Ganna parte dopo van Aert, Kung, Dumoulin e prima di Dennis, il campione in carica. Da un certo punto in poi, arrivano a Pancani, e solo a lui, i rilevamenti live, come quelli che prova a fare Saligari sulle salite del Tour, ma più ufficiali. Parlerebbero di una splendida cavalcata di Ganna verso la vittoria. Ma lui, che i numeri nemmeno gli piacciono tanto, non ci crede e chiude tutto. Quindi, quello che fa fede è il colore del quadratino dei tempi in sovrimpressione: verde finché si è in vantaggio, rosso quando si accumula ritardo. E gli occhi sono tutti lì. Verde, rosso. Verde, rosso.

Intermedio. Ganna: verde. Dennis: rosso. Traguardo. Van Aert: verde. Ganna: verde. Dennis: rossissimo. È fatta. È vero. Paga nella seconda parte il campione australiano che si ferma al quinto posto a 39’’. Dumoulin sprofonda decimo a 1’14’’. Dobbiamo crederci che il piemontese si prende la prima medaglia d’oro per l’Italia nella storia delle cronometro mondiali. Argento a van Aert e bronzo allo svizzero Kung.

Filippo è bello sul podio con la maglia già vestita e la medaglia al collo come da procedura Covid. Ora con questa maglia correrà la cronometro d’apertura del Giro d’Italia a Palermo, sabato prossimo. Forse fino a sabato non se la toglierà più. Poi ha detto che spera di svestirla per indossare direttamente quella rosa. “Una lucida follia”, la sua, alla portata, lì da cogliere. E che gli vada bene. Una lucida follia, come  Di Rocco ha chiamato goliardicamente tutta questa avventura organizzativa di #Imola2020. Che prosegua bene così. Da domani le prove in linea.

Laura Carletti

L’attesa è quasi finita per la Tirreno-Adriatico 2020: percorso, partecipanti e quella nomea di elisir di salute

Tirreno-Adriatico 2020: il percorso
Tirreno-Adriatico 2020: il percorso

Inutile parlare del fascino dei grandi giri. Quelle tre settimane sono un racconto unico, intenso, un viaggio che non ha eguali. Durante un grande giro si entra così tanto nella corsa che ogni giorno, riflettori puntati sui corridori, vuoi sapere pure come hanno dormito, se è passato quel mal di gola o hanno ancora il mal di gambe, se guardando la montagna a colazione hanno pensato “Non vedo l’ora” oppure, sospirando, hanno affondato lo sguardo nella loro pasta in bianco.

Però le tre settimane si fanno sentire, non solo per chi pedala: sulla distanza, affossarsi nel divano diventa difficile e ogni scusa inventata uno stress, soprattutto nel weekend, quando è sempre quella fastidiosa tracheite, a luglio, che ti impedisce di raggiungere gli altri al mare. Per non parlare dei fortunati che seguono la corsa che si devono sobbarcare trasferimenti alla guida, quartier tappa da allestire, transenne da piazzare, palchi e tribune da montare e poi smobilitare tutto, oppure intervistare, scrivere, fare telecronache fiume, e tante altre varie e belle cose. Insomma, anche la carovana arriva sfiancata.

Ma c’è un’altra corsa del calendario italiano che, per tutti e per tanti aspetti, gode di ottima reputazione. Si corre in primavera, quando la stagione entra nel vivo, attiva la modalità racconto delle corse a tappe, richiede di fare le stesse belle cose  che si fanno in un grande giro, ma è tutto condensato in una sola settimana. È voce comune tra gli addetti ai lavori che la Tirreno-Adriatico sia un toccasana, come un elisir di salute. E questa settimana è una vetrina sul centro Italia, sulla bellezza dei mari e dell’Appennino. Dalla Toscana alle Marche, attraversando l’Umbria e a volte puntando verso Lazio e Abruzzo. Dalla finocchiona al ciauscolo, passando per il tartufo e una miriade di altri sapori DOC e DOP.

Dato il calendario stravolto e zippato a causa del coronavirus, quest’anno ci ritroviamo di fronte a una contemporaneità tra il Tour de France e la Tirreno-Adriatico. Un grande giro che ruba la scena internazionale, ma tanta attesa per la cinquantacinquesima edizione della “Corsa dei due mari” prevista dal 7 al 14 settembre.

Tirreno-Adriatico 2020: il percorso

Recentemente il percorso è stato rimaneggiato  rispetto al programma svelato lo scorso inverno. Salta l’arrivo a Sacrofano che la sindaca Patrizia Nicolini tanto festeggiò in pompa magna con un’affollata conferenza stampa il giorno prima dell’inizio del lockdown, per poi ritrovarsi positiva al coronavirus e dare il via a una delle prime indagini epidemiologiche della Regione. Dalle stelle alle stalle. Sperando che si sia ripresa brillantemente, ci auguriamo che il comune laziale ci tenga a riproporsi alla RCS Sport come sede di tappa per il prossimo anno. Infatti, confidare nei paesi della provincia per assistere ad un evento ciclistico è  l’unica cosa che resta da fare ai romani, ora che ormai la capitale è aggirata da qualsiasi corsa, causa buche. Alle consuete sette tappe ne è poi stata aggiunta una, la quarta, da Terni a Cascia. Qui, in zona Castelsantangelo sul Nera, la corsa attraverserà la Pian Perduto, collegamento strategico con Castelluccio e strada ancora tecnicamente chiusa. A quattro anni dal terremoto, si legge che, tra una lungaggine e l‘altra, si è ancora in fase di “palificazione” e i lavori, interrotti il 27 giugno per consentire la viabilità nel periodo estivo, dovevano riprendere il 31 agosto scorso. Al di là della grande opportunità che la Tirreno-Adriatico offre a livello di promozione del territorio, la stampa locale evidenzia tutto il malumore per il nuovo blocco del cantiere dovuto al transito della corsa. C’è quasi la certezza che i corridori si faranno perdonare per l’intralcio con una tappa spettacolo, data l’altimetria di giornata. Ma anche voi, preoccupati, avete messo su Google “Palificazione cos’è”?

Vediamo più da vicino il percorso di questa Tirreno-Adriatico 2020. Ce n’è per tutti: tre tappe per velocisti, due tappe mosse adatte ad avventure da lontano o ad azioni da finisseur, due tappe di montagna e classica cronometro finale. Verrà dato il tradizionale via da Lido di Camaiore con una frazione di 133 Km che riporterà i corridori nella stessa cittadina toscana per il primo possibile finale in volata. Tappa per ruote veloci anche la seconda, da Camaiore a Follonica. Poi una tappa lunga, ancora in Toscana, 217 Km da Follonica a Saturnia, dal percorso nervoso e col finale in leggera ascesa per l’accesso al borgo. Ed eccoci alla Terni-Cascia. Chi vorrà vincere la corsa qui dovrà uscire allo scoperto e farsi trovare pronto sulle prime serie asperità: superato Castelsantangelo sul Nera, si sale verso Forca di Gualdo, 10,4 Km al 7,4% con punte al 12%, poi Rifugio Perugia e, dopo la picchiata verso Norcia, ultima salita di Ospedaletto. Discesa e arrivo a Cascia in leggera salita. Ci saranno i primi verdetti. Continua il viaggio nei Sibillini con la quinta tappa, da Norcia a Sarnano-Sassotetto, unico importante arrivo in salita. Giornata molto impegnativa, subito con la strada che sale verso Forca di Ancarano e poi, nell’ordine, Santa Margherita e il Santuario di Macereto, San Ginesio, Gualdo e Penna San Giovanni. La salita finale verso Sassotetto è di 14,2 Km con pendenza media del 5,8% e punte al 12%. Molto probabilmente rimarranno a giocarsela in pochi, i favoriti per la vittoria finale. Il giorno successivo andrà in scena l’ultima chance per i velocisti con l’arrivo a Senigallia: finale in circuito totalmente pianeggiante. Ma non sono finite le difficoltà. Settima tappa molto mossa da Pieve Torina a Loreto. Si passa per la Valle del fiume Potenza e, dopo Osimo, ci si immette in un circuito di 25 km da ripetere tre volte che presenta le salite di Loreto e Recanati. Quanto saranno decisivi quest’anno i 10 chilometri piatti e probabilmente ventosi della cronometro finale di San Benedetto del Tronto? L’anno scorso, stesso percorso, Primož Roglič  diede 26’’ ad Adam Yates che perse la maglia azzurra di leader per 1’’. Tanto per avere un’idea.

Tutte le tappe nella Guida ufficiale

La nota dolente, ma non troppo, di questa Tirreno-Adriatico: i partecipanti

Roglič, A. Yates, Dumoulin, Pinot, Alaphilippe, Poels. Sei dei primi sette della generale dell’anno scorso. Sono tutti al Tour de France. Potremmo nominarne altri: Sagan, Carapaz, Van Avermaet, i nostri Elia Viviani e Nizzolo. E la lista si allungherebbe. Quest’anno, inevitabilmente, le squadre hanno dovuto fare delle scelte e organizzare la stagione alla meglio. D’altronde, il calendario così proposto dall’UCI ne aveva scatenate di polemiche da parte italiana. Ora non vogliamo piangere sul latte versato, quindi è giusto concentrarsi su chi ci sarà. Uno su tutti, Vincenzo Nibali (Trek Segafredo). Lui, il favorito numero uno, le strade delle Marche le conosce bene, lo dice anche nello spot promozionale sulle bellezze della Regione. Ne avrà di tifosi. A dargli manforte, tra gli altri, il fratello Antonio, Brambilla e soprattutto Giulio Ciccone. Poi c’è il caso di Chris Froome che, per via di risultati non soddisfacenti in questo suo ritorno alle corse nel 2020 e per aver già firmato il contratto per il 2021 con la Israel  Start-UP Nation, non è stato schierato al Tour de France dal Team Ineos. Benvenuto alla Tirreno-Adriatico, Chris. Speriamo di rivederti in forma a dar battaglia. Anche se la Ineos, probabilmente non aspettandosi troppe garanzie dal britannico, punterà in prima battuta su Geraint Thomas e su Tao Geoghegan Hart. Oltre ad aver piazzato uno squadrone al Tour, mica male nemmeno la lista partenti qui alla Tirreno-Adriatico per il team diretto per l’occasione da Cioni e Tosatto. Altri che possono ambire alla classifica finale? Ce ne sono: Jakob Fuglsang (Team Astana), Rafal Majka (Bora-Hansgrohe), Simon Yates (Mitchelton-Scott), Wilko Kelderman (Team Sunweb). Poi, con Wild card parteciperà alla corsa anche la Alpecin-Fenix  di un tale Van der Poel che, a detta di Eddy Merckx, un giorno potrà vincere anche il Tour.  Sicuramente, Ineos un passo avanti alle altre per qualità, ma in una sola settimana di corsa l’importanza della compattezza della squadra dovrebbe essere relativa rispetto ai grandi giri e potrebbero quasi bastare le gambe del capitano, se girano bene, o poco più. Sarebbe bello che facesse bene anche il giovane Luca Wackermann (Vini Zabù-KTM), recente vincitore del Tour du Limousin, anche se Luca Scinto ha dichiarato che i suoi correranno questa Tirreno-Adriatico più che altro come preparazione in vista del prossimo Giro d’Italia.

Per molti, in effetti, sarà cosi e quindi, alla ricerca della condizione, può venir fuori una bella corsa con un bel gruppetto di possibili protagonisti per la maglia azzurra e tanti cacciatori di tappe. Al via da Lido di Camaiore ci sarà uno che la condizione ha già dimostrato di averla, Davide Ballerini secondo al campionato italiano a Cittadella e splendido protagonista all’europeo di Plouay. Un discorso a parte per i parecchi velocisti che si contenderanno le tre tappe a disposizione. Nomi importanti ce ne sono, come Michael Matthews (Team Sunweb), Fernando Gaviria (UAE Team Emirates), Pascal Ackermann (Bora-Hansgrohe), con i quali dovranno vedersela i nostri Manuel Belletti (Androni Giocattoli-Sidermec), Francesco Gavazzi (Androni Giocattoli-Sidermec), Lorenzo Rota (Vini Zabù-KTM).

Tirreno-Adriatico 2020:  dove vederla (e come)

Se vi state chiedendo dove collegarvi per vedere la prossima corsa dei due mari, la risposta è facile: RaiSport + o Rai Due, a seconda della giornata, trasmetteranno la diretta della corsa. Se invece il problema che vi state ponendo è “come” vederla, la risposta è: “con un occhio”. Potete gustarvela sull’ipad, mentre con l’altro occhio seguite il Tour in tv, o viceversa.

Laura Carletti

Campionati europei di ciclismo: lo show di Nizzolo per il tris di Cassani

Podio Nizzolo Dèmare Ackermann
Il podio di Plouay: Nizzolo, Démare, Ackermann

Caro Giacomo Nizzolo, lo sappiamo: questa volta volevi goderti la maglia tricolore. Ma siccome sei forte, proprio forte, e hai pure la fortuna di avere intorno a te sempre compagni di squadra impeccabili, mettiti l’anima in pace. Quest’anno la maglia sarà bianca, bande blu tono su tono e stellette gialle. Non è male.

Gara corta a Plouay, Bretagna. 177 chilometri non troppo difficili, su un percorso fatto di saliscendi e qualche strappo duro ma breve. La Côte du Pont Neuf, ai -4km era cerchiata come rampa di lancio per eventuali tentativi nel finale da parte di chi non poteva giocarsela in volata. Annullata la fuga dei quattro attaccanti di giornata, Rajović (Serbia), Bernas (Polonia), Miltiadis (Cipro) e Dima (Romania), davanti al gruppo l’Italia rimane compatta a tenere la corsa. Visconti, Boaro, Ulissi, Trentin sono i nostri in prima linea. I francesi, loro sì che vogliono arrivare in volata con Démare favorito di giornata. Quindi, dai -60km anche loro si mettono in testa ad alzare il ritmo.

Nei pressi dell’ottavo passaggio a Plouay una brutta caduta di una ventina di corridori mette fuori gioco il velocista belga Philipsen. Lui ci rimette un dente, invece Van Avermaet e Vanmarcke hanno via libera e si lanciano in una serie di scatti tutti annullati dagli azzurri. Ci sono anche gli olandesi a fare un po’ di bagarre e, tra loro, un nome su tutti: Van Der Poel. Al penultimo giro porta anche via un gruppetto con dentro tre azzurri, ma si arriva alla fine con il gruppo dei migliori a ranghi compatti, grazie ai nostri che si prodigano a rintuzzare ogni tentativo.

Volata
Nizzolo, sprint al fotofinish

I francesi, in casa, ci tenevano tantissimo e ormai per loro il più era fatto. Ma Ballerini lancia lo sprint a Nizzolo che al fotofinish è primo. Battuto Démare. Terzo Ackermann. Una vittoria di squadra. Tutti bravi gli azzurri di Cassani che incassa il terzo successo consecutivo ai campionati europei, dopo le vittorie di Trentin e Viviani negli scorsi anni.

Laura Carletti

Nizzolo, campione italiano 2020. A Cittadella il brianzolo è di nuovo tricolore.

Lo scenario scelto a Cittadella, quello di Porta Vicenza, era davvero bello. Un podio scenografico aspettava i corridori per foto e inquadrature stile premiazione finale del Tour sui Campi Elisi. Ma c’era così tanta gente sullo sfondo, pur zoommata e per questo non  per forza accalcata in assembramento, che sembrava un mercato. Sicuramente ha importato poco di tutto questo a Giacomo Nizzolo, NTT  Pro Cycling, che è salito sul gradino più alto, senza badare ai fronzoli estetici. Bravo a tenere botta sulla Rosina fino alla fine, bravissimo a scegliere il tempo in volata per passare sul traguardo Davide Ballerini di quel che basta per chiamarla vittoria netta, una ruota. Col dubbio, lì per lì, che quello sfogo sul manubrio, quelle due impennate di rabbia, non siano costate il tricolore al corridore della Deceuninck-Quick Step. Molto probabilmente no. Completa il podio Sonny Colbrelli che si è trovato davanti negli ultimi 200 metri e, anticipando la volata, si è poi visto passare dai due bolidi.

È venuta fuori una bella corsa, su una distanza di 253 chilometri da Bassano del Grappa a Cittadella, liberamente ispirata al Fiandre. Metti la salita della Rosina, 2 km al 7% da ripetere 12 volte e, prima dell’ultimo giro, la Tisa, uno strappo in pavè di 350 metri al 15%, ed ecco che hai il percorso di una classica monumento. Infatti, non lo nasconde Pippo Pozzato che, all’esordio nel ruolo di organizzatore, ha esaudito il sogno di aver portato il campionato italiano in Veneto e punta all’obiettivo di riproporre la corsa negli anni come una classica fissa nel calendario ciclistico.

Dopo una fuga iniziale di 27 uomini, il gruppo si ricompatta e la selezione c’è stata sulla Tisa dove rimangono in 7 al comando: Nizzolo, Ballerini e Bagioli, Colbrelli, Oss, Canola e Formulo, il campione uscente. L’ultima Rosina Bagioli la fa a tutta in testa per evitare scatti, ma in discesa e lungo il falsopiano successivo qualcuno rientra, come De Marchi, Ulissi e Nibali. Proprio questi tre provano le loro carte  con qualche allungo più o meno deciso, ma è sempre Bagioli che tiene la corsa chiusa e riporta sotto il gruppetto per gustarsi la volata finale del compagno di squadra, Ballerini.

Nizzolo, 31 anni, già campione italiano nel 2016, con questa vittoria importante vorrebbe lanciarsi in una stagione da ricordare: “Dopo tre anni non facili, spero di godermi questa maglia più della prima”. Infatti, il tricolore conquistato a Darfo Boario Terme lo sfoggiò nel corso del 2016 con qualche discreta soddisfazione, ma l’anno successivo passò quasi nell’anonimato per via di una tendinite che lo rallentò nella prima parte di stagione.

Sul circuito veneto, tra un giro e l’altro, l’avevano pure dato per ritirato perché, a seguito di una caduta, intorno a metà gara, è stato costretto a un cambio bici e ne ha presa una senza transponder. Invece c’è ed è festa grossa a Porta Vicenza.

Laura Carletti

Luca Scinto, l’inventiva al potere

Luca Scinto
Credit photo: Martino Areniello

“Ci sentiamo con più calma” detto da Luca Scinto, potrebbe significare un “a mai più”. Lo scrisse il maestro Pastonesi qualche anno fa in un memorabile pezzo per Tuttobiciweb in cui illustrava il temperamento del toscano in ammiraglia e lo lasciava immaginare tale e quale anche fuori dall’abitacolo. Che la calma sia un concetto a lui estraneo, in effetti, è abbastanza risaputo. Quando questa intervista è stata rimandata all’indomani, ho ricordato lo sfavorevole presagio e invece, smentendo per una volta il Pasto, eccoci qui con il ds della Vini Zabù – KTM a parlare felici del ritorno alle corse.

Ci siamo sentiti di sfuggita appena due giorni fa e lamentavi il fatto che state faticando a trovare la condizione. Poi, ieri, una grande prova di Visconti e Garosio al Giro dell’Emilia e la vittoria di Wackermann nella prima tappa del Tour du Limousin, la prima stagionale per la Vini Zabù – KTM. Va già un po’ meglio? 

Sì, ieri è andata bene sia in Emilia che in Francia. Visconti è un corridore che andando in fuga trova la gamba e anche la testa, quindi è stata un’azione importante anche dal punto di vista psicologico. Poi a un certo punto dietro hanno cominciato a far sul serio, come è normale. Ma alla fine abbiamo ben figurato. Insomma, siamo una squadra che si fa notare e abbiamo dimostrato che meritiamo di essere invitati alle corse.

Che i tuoi si facciano notare non è una novità…

Le mie sono squadre di giovani combattenti. Avessi corridori che possono vincere un grande giro correrei diversamente. Io dico sempre che guidare una squadra di vincenti è molto più facile. Noi dobbiamo sempre inventarci qualcosa, come abbiamo fatto anche ieri. E questo è già molto importante perché dà visibilità.

Prossimo obiettivo, campionati italiani in Veneto. Parliamo della gara in linea, come interpreterete la corsa?

Quest’anno non partiamo da favoriti. Ci sono molti corridori  che vanno già forte, una ventina, e tra questi ci metto anche i nostri Rota, Visconti e Wackermann. Bisognerà anticipare i migliori, non subendo la corsa come l’anno scorso, ma facendola subire agli altri.

Il percorso lo definiscono “esigente”, da Bassano del Grappa a Cittadella, con la salita della Rosina da percorrere 12 volte.

Sì, poi però dall’ultimo passaggio c’è ancora parecchio per arrivare all’arrivo (25 km, ndr). Dovremo valutare tante cose. Sicuramente non partiremo con Visconti leader, perché Giovanni sta bene ma non credo sia ancora all’altezza di vincere. Sarà una squadra a sorpresa.

Il 7 settembre scatta invece la Tirreno-Adriatico e ci sarete con la vostra wild card.

La Tirreno-Adriatico sarà una buona preparazione per il Giro d’Italia, perché fare qualche bel risultato al Giro resta per noi l’obiettivo più importante. Di corridori che vanno forte adesso ce ne sono tanti. Noi siamo partiti bene e cercheremo di arrivare pronti all’appuntamento. Sperando che non ci fermino prima causa CoVid, mi auguro proprio di no, sarebbe un disastro.

Torniamo proprio un attimo al passato. Non è una bella cosa ripensare alla quarantena, però in quel periodo c’è stato l’esperimento del “Giro Virtual” al quale avete partecipato, vincendo anche la terza tappa. Al di là della situazione eccezionale in cui è stata organizzata, ti è piaciuta come iniziativa in sé? É da considerare una tantum o può attecchire?

Io non sono tecnologico, anzi, sono un po’ all’antica. Però nel momento del lockdown era importante organizzare queste iniziative, anche per dare visibilità agli sponsor. Ma il ciclismo non è quello, il ciclismo è un’altra cosa, è la strada. Già correre in questi giorni senza pubblico è davvero brutto.

Rimanendo nell’ambito della tecnologia, all’inizio della stagione hai annunciato che avresti fatto correre i tuoi ragazzi in gara “a sensazione”, senza cardiofrequenzimetro né potenziometro. Stai mettendo in pratica questo tuo proposito?

Certo,  e penso sia la cosa migliore. Troppo spesso sono ossessionati dai valori che leggono, si fanno condizionare e si abbattono di morale se i numeri e i WATT non sono sui livelli attesi. Intendiamoci, avessi avuto una squadra con grandi campioni non so se avrei potuto fare questa scelta, ma qui alla Vini Zabù – KTM posso permettermelo.

L’attualità è anche fatta di un altro tipo di notizie. Hai voglia di esprimere la tua impressione sulla questione Cipollini vs Cassani?

Mi astengo dal fare commenti. Dico solo che io non sono perfetto, ho grandi difetti, ma sono abituato ad alzare il telefono e discutere con le persone, o anche criticarle, in privato. Non lo faccio e non lo farei certo sui social.

Sì, io sono romanista. Luca Scinto invece è juventino, giusto?

Sfegatato juventino.

Sei contento della scelta di Pirlo?

Non è detto che un campione di calcio sia automaticamente anche un campione nel ruolo di allenatore. Ma se Pirlo è stato scelto avrà sicuramente delle doti e mi auguro che possa dimostrarlo. Allo stesso tempo mi dispiace per Sarri, perché conosco molto bene il babbo, ciclista del passato e grande appassionato delle due ruote.

Laura Carletti