Oltre la pronuncia di Attila Valter

Un ungherese prende la maglia rosa, parte la querelle sulla pronuncia esatta del suo nome, finché lo si chiede al diretto interessato: “I’m Attìla Wolter”. Tuttobiciweb mette a disposizione qui l’audio della fonte più attendibile, dall’intervista di Stefano Rizzato.

E comunque in tv scelgono consapevolmente, e un po’ scherzosamente, di sbagliare, continuando a chiamarlo Attila Valter, così com’è scritto, “perché per noi è così”.

Prima cosa da fare, in questi casi, andare sul sito di tutte le pronunce, Forvo.com, strumento indispensabile per giornalisti, prima di tanti amici di amici, mogli di amici, eccetera. In questa pagina trovate la pronuncia in ungherese sia di Attila che di Valter. E, sorpresa, suona esattamente come la maglia rosa ha dichiarato di chiamarsi: Attìla Wolter.  Poi fate voi.

Quando nacque Attila Valter, a Csömör, nel Nord dell’Ungheria, Marco Pantani aveva vinto il suo Giro d’Italia da cinque giorni. Era il 12 giugno 1998. Dopo anni di mountain bike, passa alla strada e nel 2018 si è aggiudicato i campionati ungheresi sia nella prova in linea che in quella a cronometro Under 23. Passato alla CCC nel 2019, ha ottenuto sei vittorie nei due anni successivi, tra cui di nuovo la prova a cronometro Elite nei campionati nazionali. Professionista dal 2020, nella sua prima partecipazione al Giro d’Italia si è piazzato al 27° posto.  Oggi nella Groupama-FDJ è catapultato in cima alla classifica e, se terrà ancora un po’ la maglia di leader, forse lo conosceremo meglio e avremo modo di chiamarlo tutti col suo nome.

Laura Carletti

Al Giro d’Italia è sempre un Giovannelli d’assalto. #DivanoGiro

A Ettore Giovannelli  è rimasto quel modo di fare trafelato, sempre pronto a infilarsi tra la gente a caccia di dichiarazioni decisive, come quando interrompeva meccanici e ingegneri nelle loro attività di precisione sull’affollatissima pit lane. L’impressione è sempre stata: “Oh, scappiamo che arriva Giovannelli”.

Dai circuiti di Formula 1 alle strade del Giro d’Italia, lui non si è snaturato. Nel villaggio di partenza va sempre di corsa, ma a caccia di personaggi in costume, testimonials, artigiani del posto, esperti d’arte, personaggi delle istituzioni. Stamattina era in compagnia di un mammut con delle zanne enormi che in qualche anfratto di Stupinigi lo guardava minaccioso dall’alto. E comunque lui continuava ad essere credibile.

Immagine RaiSport

Poi l’abbiamo ritrovato a Novara nel piazzale dello stadio, dove era stato organizzato il parcheggio dei pullman delle squadre. Ci  è andato sicuro perché avrà sentito il richiamo del paddock  nonostante, a causa del Covid, fosse interdetto a pubblico e giornalisti. E’ rimasto lì, come un felino, dietro alle transenne, a documentare quel vuoto e i pullman piccolini laggiù, dai quali non si affacciava nessuno. Ciro Scognamiglio della Gazzetta aveva la faccia di uno appena uscito dalla cabina di un bagno chimico, che di solito sono piazzati nelle aree defilate dei grandi eventi e, incappato in Giovannelli, non ha avuto scampo.

Foto Fabio Ferrari/LaPresse

La tappa era tutta piatta. La fuga a tre di Taliani, Marengo e Albanese viene tenuta lì per lungo tempo dal gruppo. Nel finale le squadre dei velocisti si organizzano, ma esce una volata un po’ disordinata con treni che perdono vagoni, Gavira che si ostacola con Molano e Merlier (Alpecin-Fenix) che la spunta su Nizzolo e Viviani.

Laura Carletti

Hashtag #DivanoGiro

Foto Fabio Ferrari/LaPresse

Torino. É partito il 104esimo Giro d’Italia. Sicuramente avrete sentito dire che la RAI ha fatto uno spiegamento di forze eccezionale, per le dirette integrali delle tappe, le interviste e i pronostici della mattina dal villaggio di partenza, i resoconti del Processo alla Tappa, TGiro e Giro notte. Tanto che, conoscendoci, già dall’inizio viene di parafrasare quel detto secondo il quale “se il ciclismo in tv non esistesse, il mio divano avrebbe una forma del tutto diversa“. Campioni d’ascolto e di fedeltà, faremo da qui tutte le nostre osservazioni poco tecniche sulla corsa rosa. E se la RAI avrà l’hashtag #RaiGiro, noi lanciamo #DivanoGiro.

Si è partiti così dalla mattina con Mecarozzi e Sgarbozza, l’immancabile lavagna del pronostico, la carrellata infinita di interviste ai protagonisti, la ricognizione del percorso, le previsioni del tempo. A un certo punto, si è palesato davanti agli schermi anche Alessandro Fabretti che non si vedeva da un po’. Non passa un giorno al team leader, che è giovane come vent’anni fa quando scorrazzava in moto. Uguale. E poi dritti, in cronaca dalle 14.00 con il primo corridore a prendere il via della cronometro di 8,6 km per le strade di Torino, su e giù per il Po.

Sicuramente avrete pure sentito dire che, per la prima volta, c’è una donna al commento tecnico, la brava Giada Borgato, che affianca in cronaca Francesco Pancani. Rispetto alle classiche dell’anno scorso, che la videro al debutto, è sembrata ancora più spigliata. E poi, cosa importante per il telespettatore esigente, sono stati sistemati i microfoni, in modo da non impazzire appresso al telecomando per alzare quando parla Pancani e abbassare quando parla lei con la sua voce squillante.

Un ritorno al Giro d’Italia è quello dello scrittore Fabio Genovesi. I suoi racconti e curiosità sui luoghi attraversati dalla corsa e sui personaggi storici più o meno conosciuti, sono parentesi molto gradite per molti. Parantesi che, per altro, non sono neanche una novità nel format delle telecronache di ciclismo. Ricordiamo quanto piaceva a Bulbarelli raccontare aneddoti storici di battaglie, rivolte e ghigliottine francesi durante le interminabili pianure del Tour. Lo stesso Pancani, tanto per citare i giorni nostri, durante lo scorso UAE Tour ci ha raccontato di tutto e di più sulle oasi, gli zoo e le moschee degli emirati. Durante i grandi giri allo scrittore è semplicemente affidato questo spazio. Eppure, sui social ci sono inspiegabilmente gli haters di Genovesi, creature cattivissime che minacciano di cambiare canale perché le sue storie sono pesanti. Ecco, vorrei che qualcuno di questi spiegasse il suo concetto di “pesantezza” perché a me, e a molti altri, viene di associare a Genovesi esattamente il concetto opposto, quello di “leggerezza”, così come la intendeva Calvino. Continua così, Fabio, perché è il tuo mestiere, con le parole ci sai fare. E con i numeri? Pancani e Borgato, un giorno o l’altro, ti passeranno i conti da fare in tempo reale per l’aggiornamento delle classifiche, visto che hanno confessato le loro difficoltà. Non come scheggia Martinello che in matematica aveva di sicuro voti alti e ti dava sempre la classifica esatta prima dell’ufficialità.

Ganna rispetta il pronostico, sfreccia col tempo di 8’47” e si prende la prima maglia rosa come l’anno scorso. Secondo, Edoardo Affini che per lungo tempo se n’è stato sull’hot seat, aspetta e spera, e alla fine fa chapeau solo all’amico Pippo.  Tra gli uomini che possono lottare per la generale, i migliori sono stati il portoghese Almeida, quarto con  9’04” e Vlasov, undicesimo con 9’11”.  Gli altri big, da Yates a Bernal, da Nibali a Landa, sono tutti sugli stessi tempi, staccati di 20, 30 secondi. Un pochino peggio Ciccone che lascia una ventina di secondi ai suoi diretti avversari. Invece, nessuno l’ha detto, ma Domenico Pozzovivo ha fatto una bellissima crono in sordina, portando tutti i suoi bulloni al traguardo in ventunesima posizione col tempo di 9’18”.  A presto per altre considerazioni dal divano.

Laura Carletti

 

Geraint Thomas. “Go Welsh”

Geraint Thomas
Geraint Thomas, 2021.

Nella foto era perfetto, per luce, ciocche, posa. Solo che aveva la vecchia maglia Sky e mi è venuto in mente di attualizzarlo con la maglia Ineos Grenadier. Non è stato facile cucirgliela addosso. È Geraint Thomas, vincitore del Tour de France 2018.

Hrvoje Jurić, da un amore per la bici nato per caso al giro del mondo in e-bike: il Giant World Tour

“Ogni viaggio e ogni chilometro di strada sconosciuta ti cambieranno”

A dirlo è un trentaquattrenne di Vrbica, un piccolissimo paese nel nord-est della Croazia. Hrvoje Jurić a metà del 2019, dopo tre anni di preparativi, è partito per un viaggio con la sua bicicletta elettrica: da Zagabria a Vladivostok, poi attraverso tutta l’Australia, il Nord America – da Anchorage nell’Alaska a Halifax in Nuova Scozia – per poi tornare in Europa e pedalare da Lisbona a Zagabria. Ha percorso un totale di 29.061 chilometri, in 133 giorni, 6 ore e 3 minuti. Con questo giretto, chiamato ufficialmente “Giant World Tour“, è entrato nel Guinness dei primati per essere stato il primo ad aver fatto il giro del mondo con una bicicletta elettrica. Ma questa è solo parte della storia, perché a colpire è anche tutto quello che c’è stato prima e dopo questa cavalcata da record.

 

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“Era il 2011. Avevo bisogno di una pausa e di un nuovo inizio”

Oggi Hrvoje è un escursionista, appassionato di fotografia, scrive dei suoi viaggi ed è molto seguito sui social. Ma all’inizio, abbandonati gli studi di economia, Hrvoje non era per niente soddisfatto della brutta piega che stava prendendo la sua vita. Per un periodo fece contemporaneamente tre lavori: giornalista, operaio e scaffalista nei negozi. Era stanco e per niente felice.

“Era il 2011. Avevo bisogno di una pausa e di un nuovo inizio.” I primi di agosto di quell’anno prese la bicicletta del fratello, un catorcio vecchio di 30 anni, e con pochi soldi e poca esperienza pedalò da Vrbica a Pola e ritorno. A quei tempi, Hrvoje del ciclismo non sapeva proprio niente e fino a quel momento non aveva mai pensato alla bicicletta. Quella prima esperienza on the road, però, gli aveva fatto intravedere uno spiraglio per cambiare, per ampliare i propri orizzonti e lasciarsi dietro tanti problemi. “Uscire dalla zona di confort ed entrare nell’ignoto non era niente male”. Quello è stato il primo dei suoi viaggi che l’avrebbero portato in giro per l’Europa e per il mondo.

Cominciano i suoi grandi giri per l’Europa

Nel 2012 pedalò attraverso 11 Paesi d’Europa per 104 giorni e al suo ritorno scrisse e auto-pubblicò il suo primo diario di viaggio. Si guadagnò così lo sponsor Giant, che ancora oggi lo supporta e segue nelle sue spedizioni. Incoraggiato più che mai, con una Giant Expedition AT1, l’anno successivo partì da Vrbice, attraversò le Alpi e puntò dritto per NordKapp, all’estremo più settentrionale della Norvegia e dell’Europa continentale: 4500 chilometri in meno di 80 giorni. Le Alpi le mise nel mirino nel 2014. Tutte le Alpi, dalla Slovenia alla Francia: in 52 giorni scalò 23 passi, di cui 16 oltre i 2000 metri. Al ritorno finì pure in ospedale in stato ipoglicemico e dimagrito di 12 chili. Poi sono venute altre spedizioni, nella neve della Norvegia a -20 gradi, giri della Croazia in compagnia di altri cicloamatori e, nel 2017, un appassionante viaggio umanitario da Londra a Istanbul chiamato “Together we can”, con il quale è stata promossa una campagna di crowdfunding per comprare beni di prima necessità per famiglie bisognose. Anni di preparazione durante i quali Hrvoje ha pensato sempre più in grande, fino a ideare il giro del mondo in e-bike.

Tre anni di preparativi per il progetto “Giant World Tour”

“Era diventata un’ossessione. Mi allenavo sei ore al giorno, anche facendo nuoto e mezze maratone. Avevo perso improvvisamente i miei genitori e volevo vincere per loro questa grande sfida”. Giugno 2019. Per l’occasione, Giant Bicycles gli ha messo a disposizione una bici elettrica personalizzata Revolt E+ e un gruppo di persone speciali l’ha aiutato nella lunga definizione del viaggio. Poi finalmente, è partito. Ha attraversato gli otto fusi orari della Russia, ha pedalato nella neve in Australia, e in Canada ha avvistato orsi e bisonti. Racconta che la maggiore difficoltà che ha affrontato è stato pedalare tra i grandi automezzi che sfrecciavano lungo l’unica strada asfaltata di 10.000 chilometri che unisce St. Pietroburgo a Mosca. Poi il fuso orario, che gli toglieva un’ora di sonno ogni due o tre giorni.

 

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A seguirlo c’era una macchina d’appoggio per ogni evenienza e la sua cagnolona, Ena, che in altre occasioni è anche abituata a viaggiare felice trainata dalla bici nell’apposito trasportino. “Ena ormai è la mia famiglia, noi due siamo una squadra e non so più fare progetti che non la coinvolgano insieme a me.”

 

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Il racconto del viaggio nel suo libro fotografico “Na rubu”

Al ritorno da questa avventura Hrvoje è andato a tirare un po’ il fiato a Dane, nel Nord dell’Istria, ospite nel cottage di un amico. È un posto che ormai fa parte della sua vita, in cui torna spesso, dove ha vissuto i momenti più difficili, ma dove ha anche saputo riprendere in mano la sua esistenza. Lì ha scritto la storia del suo viaggio, “Na rubu”, traducibile letteralmente con “Al limite”. Se il titolo da una parte evoca l’andare a tutta, dall’altra Hrvoje spiega che per lui indica anche quella metaforica passeggiata che fece sul ciglio del burrone – quella ricerca di sé stesso e quel ritrovarsi – avvenuta proprio lì a Dane. In questo libro fotografico, con testo e circa 160 fotografie, Hrvoje racconta l’intera preparazione del Giant World Tour, l’organizzazione del viaggio, le centinaia di chilometri percorsi ogni giorno, quanto ha contato la sua forma fisica e mentale e anche cosa è successo quando il viaggio è finito. Il libro contiene inoltre le mappe con il percorso e informazioni sulle tappe.

 

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Visto che poi ha rimandato diverse volte l’uscita del libro causa COVID-19, c’è stato il tempo per aggiungere un’appendice che riguarda il suo ultimo progetto appena terminato: “Via Adriatica Bike“. La scorsa estate Hrvoje ha percorso, tracciato e documentato per tutti gli appassionati l’itinerario ciclabile più lungo della Croazia, 1300 chilometri con più di 20.000 metri di dislivello che si estende lungo la costa adriatica, da Prevlaka – al confine col Montenegro – a Kamenjak – a sud di Pola.

E a questo punto il fotolibro racconta anche una storia d’amore che Hrvoje chiama “il puntino sulla i” di tutte queste ultime avventure. Durante la sua esplorazione lungo l’Adriatico, arrivato con Ena al porto di Plomin, un grosso border collie è corso verso di loro e ha immediatamente cominciato a giocare con Ena che sembrava impazzita. Falliti tutti i tentativi di allontanarlo e  assicuratosi che il padrone non poteva prendersi cura di lui, l’unica cosa possibile era adottarlo.

 

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E fu così che Max è tornato a casa con loro. I due cani seguono ovunque il padrone famoso, anche nelle ospitate in tv, e sono diventati delle vere e proprie star e influencer sui social. Poi, in questo nuovo anno, Max dovrà vedersela con i primi test di viaggio, fino a verificare come se la cava sulle lunghe distanze.

Intanto, in questi giorni Hrvoje li ha eccezionalmente caricati in macchina insieme a pile di libri. Sta infatti girando in lungo e in largo la Croazia per consegnare di persona la sua opera ai suoi tanti follower e lettori ormai affezionati. Solo per chi vive proprio fuori mano, la spedizione è garantita via posta.

Laura Carletti

 

Per approfondire:

Giant World Tour

Giant Bicycles US

Twitter @konjos

Instagram @hrvoje_juric

Facebook Hrvoje Jurić ; @GiantWorldTour

 

Dicono Dendermonde, capisci Montalcino

Seguire solo il ciclismo su strada e non essere avvezzi al ciclocross, di questi tempi non è buona cosa. Infatti, quando poi vedi van Aert e Van der Poel che si danno battaglia nel fango di Dendermonde per la terza prova di coppa del mondo, succede una cosa inevitabile: scatta il paragone con Montalcino. Non con una “Strade bianche” qualsiasi, ma con la Carrara-Montalcino, Giro 2010. Questo perché non hai il metro per raffrontare la gara belga di ieri con altre gare della disciplina CX e poi perché, da ormai un decennio, Montalcino è stabile nei ricordi più fangosi e di scarpe da buttare.

Così, archiviato il Belgio, presa dalla nostalgia, prima ho rivisto il finale di tappa, poi ho ripercorso quella mia giornata, rispolverando un pezzetto d’amarcord che ripropongo. Si parla di quartiertappa, quindi si parla di Antonio Maiocchi, a cui va il mio ricordo e la mia piccola dedica.


Giro 2010, 7a tappa, Carrara-Montalcino. Ultimi 15km. RaiSport.

Montalcino: tutto il fango della vita 

Toscana. Notte. Pioggia. Campagna. Più che un albergo, un angolo di borgo medievale. Persone avvistate nei paraggi, zero. I passi verso l’ingresso e la reception sono: appesantiti dai bagagli, titubanti e conditi dal forte desiderio di essere accolti da gente vestita normale e non da qualcuno che ci dica che siamo sbarcati a Frittole. No, Lucignano in Val d’Arbia, 14 maggio 2010.

Nell’aria c’è già  l’idea di alzarsi presto domattina e fare una breve ma intensa perlustrazione storico-artistica del luogo. Salvo estemporaneo invito ad alzarsi ancora un po’ più presto per portarsi a casa la soddisfazione di veder montare da zero il quartiertappa. E non un quartiertappa qualunque. Quello di Montalcino. L’aggiunta di un “Guarda che domani è bello” è quasi superflua. Il posto in macchina era già prenotato. All’alba si capisce che “bello” non era riferito al tempo ma, più verosimilmente, agli uffici del Comune che ci ospitano. Ci si arriva, specchietto più, specchietto meno, percorrendo vicoli stretti. Si stagliano sulla piazza con muro di pietre a vista e, in altri giorni dell’anno, dominano un panorama mozzafiato. Invece è successo che oggi la nebbia è calata sui colli senesi e piove una pioggia novembrina ininterrotta. Della perfetta scenografia prescelta per una primaverile giornata di maggio rimangono cortili, cortiletti, chiostri e porticati impantanati. Dentro si sente qualcosina in più di uno spiffero, ma non è niente. Non siamo in bici. Non dobbiamo fare 222 Km, con 20 Km di sterrato nel finale. Noi. Noi siamo qui per allestire, o vedere allestire, tutto l’ambaradam del quartiertappa. Ed è andata più o meno così. Planimetria alla mano, s’è deciso il flusso: si entra da lì, arrivano qui, proseguono là, poi li facciamo girare lì e escono da là. Spuntano frecce e cartelli: logistica, accrediti, amministrazione e, superati ad Amsterdam i dubbi su come si scrive, toilette. Si personalizza il tutto con i teli del Giro, srotolati su tavoli e angoli troppo anonimi. Si accoglie e si abbellisce con pannelli roll-up. Fatto. Arrivano tutti quelli che devono arrivare, più i cantuccini. Si stampano pass. Intorno, dicono tutti le stesse cose: “che tempo” e “tappa epica”.

Evans così sporco non c’aveva vinto nemmeno nel cross country. Patimento stampato sulla faccia di tutti e mani che cercano le transenne dopo l’arrivo. Forse il fango se lo laveranno via completamente solo fra qualche giorno. Come solo dopo certe Roubaix. Dal traguardo ti rendi conto così di quello che hanno combinato oggi le strade bianche dell’Eroica. E poi, prima di ripartire, ti rendi conto anche di quello che riesce a combinare nel suo piccolo il bordo strada di Montalcino se ci affondi dentro con tutte le scarpe.

Laura Carletti

E se Nibali e Pozzovivo…

Il Giro entra nell’ultima settimana: i due italiani potrebbero giocarsi una carta a sorpresa

Foto Fabio Ferrari/LaPresse

Non è certo il Nibali che ci auguravamo di vedere sulle strade di questo Giro d’Italia. Partito dalla sua Sicilia come uno dei favoriti, Vincenzo si ritrova settimo della generale con un distacco di 3’29’’ dalla maglia rosa Almeida.
Dietro al siciliano, ottavo a 3’50’’, c’è Domenico Pozzovivo  (NTT Pro Cycling) che sta facendo miracoli, rattoppato com’è. Per lui è finora un ritorno da protagonista in questo Giro d’Italia.

Adesso c’è da affrontare la fatidica terza settimana, che dura è dire poco. Nibali, con i ritiri di Ciccone e Brambilla, ha pure perso  i pezzi più importanti della sua Trek-Segafredo. I due italiani però  si ritrovano con l’obiettivo comune di scalare posizioni in classifica. Gambe permettendo, di spazio ce ne sarebbe a sufficienza. E diciamo pure che in un Giro con pochi protagonisti di primissimo livello è vietato non tentarle tutte per raddrizzare la situazione. Ad esempio, anche unire le forze residue contro la giovane concorrenza.

Quindi, ad un certo punto, lungo la strada, una strizzata d’occhio tra i due la possiamo sognare?

Laura Carletti

“Cadrò, sognando di volare”, un libro su Pantani e su ciascuno di noi

Busà Photography/ Getty images

Cos’è oggi la vostra vita? Vi sentite realizzati? O, come me,  siete finiti in un cul-de-sac?

Ve lo dico. “Cadrò, sognando di volare” di Fabio Genovesi, è un libro scomodo per chi vuole ancora nascondere sotto la cenere la parte più intima di sé. Per chi non vuole scavarsi dentro e andare al nocciolo della propria esistenza. Ma è meglio volgerlo al positivo. “Cadrò, sognando di volare” di Fabio Genovesi è il libro ideale per riprendere in mano la propria vita, per chi sente che è arrivato il momento di disegnarsi un orizzonte nuovo, o di rivolgere lo sguardo a quell’orizzonte che aveva abbandonato senza lottare abbastanza. Disseminate nel testo ci sono le dritte per farlo concretamente, frasi che ti trafiggono e poi ti fanno rialzare più forte, forse invulnerabile.

E che c’entra lo sport? Che c’entra Pantani, quella bandiera del Pirata in copertina? L’hanno detto già altri che questo romanzo è tante cose. La storia del protagonista, Fabio un ventiquattrenne studente annoiato di giurisprudenza, che si intreccia con quella di Marco nell’estate magica del 1998. L’ha detto oggi Genovesi in cronaca durante la tappa del Giro d’Italia che è partita e arrivata a Cesenatico:

Marco, quando scattava, lo faceva per lui e per te. Era qualcosa di personale. Questo ce lo faceva amare… E’ stato una fonte di ispirazione anche per chi non l’ha mai conosciuto”.

Il coraggio, le promesse da mantenere, la forza di spostare i limiti del possibile: questo è raccontato della vita di Marco. E questo ha dato a Fabio lo slancio di fare una scelta che ai più sembra una pazzia ma che è l’unica a renderlo libero e in pace con sé stesso. Il travaglio interiore di Fabio viene da lontano e anche dalla chiarissima constatazione che la vita è piena di troppe cose belle per sceglierne solo una.

Non mi chiami Avvocato” ripete sempre con disagio a Don Basagni, un prete burbero, direttore del convento presso il quale Fabio sta svolgendo il servizio civile. Una figura difficile e un rapporto tra i due altrettanto complicato, che si risolve però in una profonda complicità grazie alla comune passione per le azioni di Pantani al Giro d’Italia. E trovarsi all’improvviso insieme ad essere felici per la felicità altrui. La felicità di Marco in maglia rosa a Milano.

Seguire la passione che ci fa schizzare fuori dal letto la mattina. Che sia andare a scalare una montagna in biciletta o qualsiasi altra cosa. Inseguire quel sogno finché si può. E anche dopo. Tentare e tentare fin oltre l’ultima occasione. E dopo questo consiglio fraterno, sapete cos’altro si scopre nel libro? C’è la risposta a un interrogativo che i poeti hanno lanciato ma che nessuno ha mai risolto. Dove vanno a finire i sogni quando non si avverano? Non ve lo dico. Andatevelo a leggere.

Tutto in prima persona perché in gran parte autobiografico. Con una rara delicatezza, si crea un perfetto  gioco di equilibrio tra poesia e ironia. Leggi un bel po’ con gli occhi appannati per la commozione, perché quei ricordi di fine anni ’90 hanno segnato anche la tua storia, e quei tormenti d’animo sono ancora i tuoi tormenti di oggi. Ma sai che poi ti aspetta subito un sorriso e qualche altra arma importante per salvarti.
Genovesi si è superato.

Laura Carletti

Alaphilippe e quella voce che non viene dalla radiolina

Alaphilippe
Julian Alaphilippe – campione del mondo #Imola2020

Se avete detto che siete contenti per la vittoria a Imola di Alaphilippe e qualcuno vi ha risposto “Ma è francese!”, forse quel qualcuno non segue tanto il ciclismo. Perché oggi la nazionale italiana non partiva da favorita e, al tempo stesso, erano presenti fuoriclasse sui quali non ti chiedi “se” vinceranno un mondiale, ma quando” lo vinceranno – come van Aert, Hirschi, Pogačar, Alaphilippe appunto – o se lo potranno vincere “di nuovo” – come Kiatkowski o Valverde. Tutti reduci dal Tour de France.

Questo mondiale che non ha cambiato data si ritrova stretto tra la fine della corsa a tappe francese e l’inizio del Giro d’Italia. E la sua storia comincia sulle strade del Tour. Alaphilippe aveva fatto in tempo a vincere la seconda tappa, indossare la maglia gialla e piangere dedicando la vittoria al papà recentemente scomparso. Poi, dopo appena cinque giorni di corsa in terra francese, si parla di mondiale: a seguito della rinuncia della Svizzera, arriva l’ok dell’UCI alla candidatura di Imola. E, scoperto questo percorso che gli si addiceva così tanto, Alaphilippe stacca. Con la testa stacca dal Tour che già gli ha dato tanto e pensa al mondiale. A differenza sua, in Francia Pogačar spende fino all’ultima energia nello scontro con Roglič, e van Aert si consuma a supporto dello sloveno della Jumbo Visma.

Poi, certo, al via del mondiale ci sono anche quelli che stanno preparando il Giro d’Italia. Che sono un po’ un’incognita e, comunque, non sono quelli del “quando”, né del “di nuovo” ma viaggiano verso lo “stavolta o mai più”: Nibali e Fuglsang, anni 35. D’esperienza. E, per carità, ce ne vuole su questo percorso, 9 giri per un totale di 258 chilometri con quasi 5000 metri di dislivello totale.

Ognuno a fare il tifo per i propri, com’è giusto. Ma voi immaginate i francesi che non salgono sul gradino più alto del podio da 23 anni e che adesso sono impazziti per Alaphilippe, quello che hanno battezzato Lou Lou. Ancora più impazziti di quanto non lo siano stati per Voeckler, quello che avevano battezzato T-Blanc e che poi adesso è il ct della loro nazionale. E pensate ad Alaphilippe, quel fuoriclasse che ha già vinto tanto e che ha pianto in Francia il 30 agosto con la maglia gialla ricordando il padre.

E allora di sfidanti possono essercene tanti, usciti dal Tour o in forma crescente per il Giro, giovani promesse o coraggiosi vecchietti. Ma sembra tutto chiaro.

Si corre senza radioline. Julian non sa quanti secondi ha messo tra se e il gruppetto di inseguitori con quasi tutti i migliori. Cerca di chiederlo ai motociclisti, si volta sperando di non vederli sbucare dietro alla curva. Senza radioline per regolamento. Non sente la voce di Voeckler che in ammiraglia o dal paddock starà sicuramente gridando “Alè-Alè-Alè”. Ma Julian sente la voce del padre. Che quante parole avrà speso per lui e per le sue vittorie, quante volte gli avrà detto euforico che un giorno sarebbe diventato campione del mondo? E allora adesso non servono né il cronometro né gli urlacci di Voeckler. Serve solo andare. Perché La voce dei morti è la più forte, e fa succedere quel che i vivi non possono”, scrive Fabio Genovesi nel suo ultimo libro, “Cadrò, sognando di volare”. Un libro dedicato a Pantani, che tutti gli amanti del ciclismo dovrebbero leggere, che fa riflettere sui successi di noi mortali, quei successi forgiati giorno dopo giorno inseguendo sogni e promesse fatte a chi abbiamo voluto bene e che si sostengono solo nel ricordo delle loro voci invadenti.

Poi forse qualche simpatico dissacratore dirà che Julian, spedito verso l’autodromo, avrà più che altro sentito la voce della sua fresca fidanzata Marion Rousse, ex ciclista, ex moglie di Tony Gallopin e attuale anchorwoman della tv francese. Può darsi. Comunque roba forte.

Ecco, Alaphilippe è francese. È un fuoriclasse francese che prima o poi il mondiale l’avrebbe vinto. Che almeno il primo sarebbe stato quello di quest’anno, adesso sembra quasi ovvio. Siatene contenti.

Laura Carletti

Filippo Ganna è il primo campione del mondo italiano a cronometro

Il percorso della cronometro mondiale di Imola

L’arrivo è sulla griglia di partenza, ma contromano. I corridori imboccano la Tosa verso le due varianti per poi infilarsi nel rettilineo e prendere la bandiera a scacchi. La crono mondiale, l’abbiamo visto già con le ragazze, non è una passeggiata. 31,7 km che iniziano e finiscono nell’autodromo di Imola, un avanti e indietro veloce con rischio vento e oggi, per un po’,  anche rischio pioggia. Pare che il tempo si faccia nella prima parte, all’andata verso Casalfiumanese con la strada che sale tutta leggermente per 15 km e poi  il tempo lo fermi lì, a Borgo Tossignano, per l’intermedio. Nella discesa e negli strappetti verso l’autodromo però sarà importante sapersi gestire, evitare ogni tipo di problema, folata, sbandata, evitare di cadere giù come ieri la Dygert, che si è catapultata di sotto, oltre il guard rail quando era in testa e lanciata verso il suo bis iridato. E soprattutto, per tutti i 31,7 km, evitare di distrarsi per il paesaggio, le colline dalle diverse tonalità di verdi, verdi intensi, verdi giallastri, le stradine che serpeggiano i loro fianchi morbidi decorate da file di cipressi. Tutto questo lasciamolo alla regia internazionale franco-svizzera che riempirà gli occhi dei telespettatori sparsi per il mondo. Però, ad un certo punto e fino quasi a metà gara, i tifosi italiani si trasformano tutti in Fiorenza, la ragazza hippie di Un sacco bello, compreso l’ex campione del mondo Ballan che in cronaca ha espresso con parole gentili il concetto: “Sì, però pure la campagna, dopo un po’, du’ palle”.

Gli occhi sulla corsa dei due italiani

Affini, vogliamo vedere Edoardo Affini. È primo all’intermedio, dimenticato da moto ed elicotteri impegnati in campi lunghi e lunghissimi. Finalmente inquadrato dalle telecamere sul traguardo. Primo con 37’25’’. E ci rimarrà un po’ lì a friggere sulla hot seat. Una mezzora, finché non arriva Geraint Thomas. Finirà quattordicesimo.

La nostra seconda pedina, che poi sarebbe la prima, per la corsa contro il tempo è Filippo Ganna, un favorito. È appena partito. Ha vinto già quattro volte l’oro, ma su pista. L’Italia non ha mai piazzato il colpo grosso su strada e quest’anno, in questo mondiale arrivato in casa poco più di 20 giorni fa, caricato all’improvviso sulle spalle di un’organizzazione impeccabile, chissà che non sia la volta buona. Ganna parte dopo van Aert, Kung, Dumoulin e prima di Dennis, il campione in carica. Da un certo punto in poi, arrivano a Pancani, e solo a lui, i rilevamenti live, come quelli che prova a fare Saligari sulle salite del Tour, ma più ufficiali. Parlerebbero di una splendida cavalcata di Ganna verso la vittoria. Ma lui, che i numeri nemmeno gli piacciono tanto, non ci crede e chiude tutto. Quindi, quello che fa fede è il colore del quadratino dei tempi in sovrimpressione: verde finché si è in vantaggio, rosso quando si accumula ritardo. E gli occhi sono tutti lì. Verde, rosso. Verde, rosso.

Intermedio. Ganna: verde. Dennis: rosso. Traguardo. Van Aert: verde. Ganna: verde. Dennis: rossissimo. È fatta. È vero. Paga nella seconda parte il campione australiano che si ferma al quinto posto a 39’’. Dumoulin sprofonda decimo a 1’14’’. Dobbiamo crederci che il piemontese si prende la prima medaglia d’oro per l’Italia nella storia delle cronometro mondiali. Argento a van Aert e bronzo allo svizzero Kung.

Filippo è bello sul podio con la maglia già vestita e la medaglia al collo come da procedura Covid. Ora con questa maglia correrà la cronometro d’apertura del Giro d’Italia a Palermo, sabato prossimo. Forse fino a sabato non se la toglierà più. Poi ha detto che spera di svestirla per indossare direttamente quella rosa. “Una lucida follia”, la sua, alla portata, lì da cogliere. E che gli vada bene. Una lucida follia, come  Di Rocco ha chiamato goliardicamente tutta questa avventura organizzativa di #Imola2020. Che prosegua bene così. Da domani le prove in linea.

Laura Carletti